Le caratteristiche dei dolcificanti

Acesulfame, saccarina, aspartame ed alcuni polialcoli (o polioli) quali l’isomaltulosio, il maltitolo, l’isomaltitolo, il sorbitolo e lo xilitolo sono largamente usati nell’industria alimentare come dolcificanti. 

Le prime tre molecole non forniscono di fatto calorie e sono attive a dosaggi bassi o molto bassi per il loro elevato potere edulcorante; esse sono pertanto definite “dolcificanti acalorici o intensamente attivi”; i polioli, al contrario, hanno un potere dolcificante analogo o inferiore a quello del saccarosio; necessitano quindi di elevate concentrazioni nell’alimento da dolcificare. Va sottolineato che la dose giornaliera accettabile (DGA) è calcolata oggi in base a criteri estremamente restrittivi, essendo in genere 100 volte inferiore al dosaggio massimo che non induce alcun effetto significativo nell’animale da esperimento (e, quando i dati siano disponibili, nell’uomo). È quindi pari ad 1/100 della massima dose certamente non tossica. 

Il profilo di sicurezza dei dolcificanti attualmente utilizzati dall’industria alimentare nel nostro Paese, sulla base dei dati disponibili, sembra eccellente. La scelta di fissare per questi prodotti delle DGA uniformemente più basse dei corrispettivi valori stabiliti dalla FDA negli USA va interpretata come un’ulteriore attenzione alla sicurezza del consumatore di questi prodotti. 

Va anche ricordato che la pratica di combinare i dolcificanti sintetici per sfruttare le loro sinergie nel dolcificare gli alimenti e limitare al tempo stesso la comparsa dei gusti collaterali e dei retrogusti specifici di ciascuna molecola, appare positiva anche sul piano tossicologico, permettendo di abbassare il consumo individuale di ciascun composto. Non dimentichiamoci che impiegati correttamente, i dolcificanti possono essere di supporto al medico nella gestione di situazioni cliniche frequenti quali la malattia diabetica, il sovrappeso e alcune sindromi dismetaboliche.  

(Fonte: Nutrition-Foundation.it)

Un piatto al posto della piramide

Dagli Stati Uniti arriva una novità su come organizzare l’alimentazione quotidiana, soprattutto dei più giovani. La First Lady americana è da tempo impegnata nella promozione della sana alimentazione e ha voluto fortemente, nonché promosso, un progetto anti-obesità che prende come riferimento un piatto invece della più conosciuta piramide alimentare.

Proprio così, si chiama “My Plate” ed è un piatto che prende il posto, in tutto e per tutto, della proprio classica piramide alimentare. È diviso in quattro parti secondo le diverse tipologie di alimenti che rendono la nostra dieta ricca e varie riducendo o eliminando le quantità degli alimenti dannosi a favore di quelli più salutari.

I quattro spicchi colorati in cui viene suddiviso corrispondono a frutta, verdure, cereali e proteine, che possono essere vegetali o animali. Al piatto possiamo accompagnare altre quantità di cibi liquidi come il latte o spremute di frutta, corrispondenti alla sagoma del bicchiere che si accompagna alla portata principale. Il problema è che spesso molte delle calorie in eccesso vengono introdotte in forma liquida, attraverso bibite gassate o succhi di frutta troppo zuccherati.

Grandi assenti sono i dolci, che come sappiamo possiamo sempre concederci in piccole quantità per soddisfare il palato e anche un po’ la golosità, basta non abusarne e scegliere preferibilmente quelli preparati con ingredienti semplici e genuini evitando le classiche merendine ricche di chimica.

 (Fonte: choosemyplate.gov)

Chiaro come l’acqua

Parlare di acqua, in relazione alle politiche ecosostenibili di nutrizione e salute per tutti, significa peraltro recuperare le grandi sfide messe in evidenza negli anni passati dalle celebrazioni del World Water Day. Acqua pulita, dunque, per la sicurezza del settore agroalimentare; acqua come risorsa vitale per le nuove aree urbane sottoposte a incremento di popolazione e processi di industrializzazione; acqua come bene prezioso, ma anche come fattore di rischio, se contaminato, in termini di igiene e politiche sanitarie.

Il World Water Day 2013 si offre, dunque, da una parte, come occasione per rafforzare la consapevolezza sui grandi progressi in termine di cooperazione, allocazione e consumo idrico sostenibile compiuti in questi anni. Dall’altra, come momento ideale per inaugurare nuove strategie di intervento e sensibilizzazione, con lo scopo di unire sempre più proficuamente i principali attori (governi e organizzazioni internazionali) coinvolti nella gestione di una risorsa vitale sia sotto il profilo dell’efficientamento idrico, e dell’educazione al consumo idrico consapevole, sia nella gestione degli squilibri regionali che la scarsità d’acqua può provocare.

Alcune “GOCCE” preziose su cui riflettere: 

  • Il nostro pianeta dispone di circa1,4 miliardi di km d’acqua. Soltanto lo 0,001% di questo bacino viene utilizzato dall’uomo;
  • La distribuzione delle risorse idriche sul nostro pianeta è ancora molto disomogenea: il 64,4% delle stesse è, infatti, localizzato in soltanto 13 paesi;
  • Nei paesi in via di sviluppo il 70% dei rifiuti industriali viene scaricato nei corsi d’acqua senza ricevere alcun trattamento depurativo;
  • L’utilizzo dell’acqua virtuale ammonta a circa 4.000-5.400 litri in una dieta ricca di carne, mentre una dieta vegetariana consuma circa 1.500 – 2.600 litri;
  • L’acqua è considerata scarsa in un territorio quando più del 75% delle risorse fluviali e sotterranee disponibili vengono prelevate;
  • La popolazione mondiale utilizza già il 54% delle risorse idriche di acqua dolce contenute in fiumi, laghi e falde acquifere accessibili;
  • L’agricoltura, con il 70%, è il settore che si serve di più delle risorse d’acqua. Segue l’industria, con il 22 %, mentre il restante 8% riguarda l’uso domestico;
  • Il paese che consuma più acqua nel mondo è l’India, con 987 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno;
  • Secondo le ultime stime gli Stati Uniti consumerebbero 696 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno.

Fonte: barillacfn