La salute a lungo termine si programma nell’infanzia: agire sulla nutrizione “pre” e “post” natale, in quel periodo sensibile della vita in cui il bambino matura la capacità di regolare il metabolismo sia a breve sia a lungo termine, è la prima e più efficace arma per prevenire non solo sovrappeso e obesità ma diabete, ipertensione, malattie cardio-ischemiche, allergie ed osteoporosi.

È il principale messaggio lanciato dalla Società Italiana di Pediatria attraverso gli atti relativi a  “Nutrizione e Salute dal bambino all’adulto”. Con questa iniziativa, organizzata in occasione della Giornata mondiale del bambino e dell’adolescente, i pediatri hanno chiamato a confronto rappresentanti delle istituzioni, del mondo della scuola, delle associazioni, dei genitori, dell’industria alimentare, dei media per realizzare azioni comuni di prevenzione. I numeri sono preoccupanti: nel mondo circa 43 milioni di bambini sotto i 5 anni di età sono in sovrappeso.  In Europa, dove la prevalenza di obesità è triplicata dagli anni Ottanta, è mediamente in sovrappeso un bambino su cinque, uno su tre nella fascia 6-9 anni. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’obesità è in Europa è responsabile del 2-8% dei costi sanitari e del 10-13% dei decessi. L’Italia conta oltre un milione di bambini in sovrappeso (di cui 400.000 obesi) quindi a rischio in età adulta di diabete, malattie cardiovascolari e addirittura tumorali.

“L’obesità è diventato un problema di salute pubblica” ha affermato il Presidente della Società Italiana di Pediatria Alberto G. Ugazio. “Non possiamo pensare di fermarla con provvedimenti isolati e frammentari come la tassa sulle bibite gassate e similari. Serve invece un impegno comune tra tutti coloro che si occupano di indirizzi nutrizionali e di stili di vita del bambino, un impegno che parta da quello che sta via via emergendo dalla letteratura scientifica, cioè l’origine nell’infanzia, addirittura nella gravidanza, delle patologie che si sviluppano nella vita adulta. Ecco perché diventa fondamentale la prevenzione in età prescolare, da 0 a 4 anni.

Qualche regola da ricordare: allattamento al seno sino a 6 mesi; no all’eccesso di proteine nei primi due anni di vita; controllare l’accrescimento del lattante con visite periodiche dal pediatra tenendo presente che un’eccessiva velocità di crescita è un fattore di rischio per l’obesità in età adulta. I pediatri dicono no alla televisione prima dei 2 anni, e dopo limitare il tempo passato davanti allo schermo (TV e computer che sia) al massimo a 2 ore al giorno e mai in camera da letto. E dai 5 anni in poi attività fisica (compreso camminare, andare a scuola a piedi ecc.) per 60 minuti al giorno.

Fonte: Società Italiana di Pediatria

L’obesità infantile

L’obesità infantile è un problema di notevole rilevanza sociale, si pensi che in Italia colpisce un bambino si quattro. Il fenomeno, denunciato a gran voce dai più autorevoli nutrizionisti è il risultato di un bilancio energetico positivo prolungato nel tempo; in pratica si introducono più calorie di quante se ne consumano. 

Normalmente ci si preoccupa quando il bambino mangia poco, raramente quando mangia troppo; è vero che una dieta insufficiente può portare a deficit di vario tipo ma, un introito calorico eccessivo determina, dapprima un sovrappeso del bambino e poi, nella maggioranza dei casi, una manifesta obesità. Ci si dimentica inoltre, che un’alimentazione eccessiva nei primi due anni di vita oltre a causare un aumento di volume delle cellule adipose (ipertrofia), determina anche un aumento del loro numero (iperplasia); la conseguenza è che da adulti, si avrà una maggiore predisposizione all’obesità e difficilmente si perderà peso o si riuscirà a mantenerlo nei limiti, perché sarà possibile ridurre le dimensioni delle cellule, ma sarà impossibile eliminarle. Intervenire durante l’età evolutiva è, quindi, di fondamentale importanza, perché ci dà la garanzia di risultati migliori e duraturi. 

Ma quando si definisce obeso un bambino? La definizione di sovrappeso/obesità nel bambino è più complessa rispetto all’adulto, il cui peso ideale è calcolato in base al BMI (Body Mass Index o Indice di Massa Corporea = peso in Kg diviso l’altezza in metri, al quadrato). 

In attesa di trovare dei parametri di riferimento più adeguati, il BMI è stato proposto anche per i più piccoli. Pertanto si definisce obeso un bambino il cui peso supera del 20% quello ideale, in soprappeso se supera del 10-20%, oppure quando il suo BMI è maggiore del previsto. 

La crescita ponderale del bambino si calcola facendo riferimento alle tabelle dei percentili, grafici che riuniscono i valori percentuali di peso e altezza dei bambini, distinti per sesso ed età. La crescita è nella norma se si pone intorno al 50° percentile. Più si supera il valore medio più aumenta il rischio obesità.

I genitori dovrebbero essere i primi ad accorgersi dell’eccessivo aumento ponderale del bambino e mettere al corrente il pediatra, la persona più indicata in questi casi. Spesso però il forte appetito, che a volte si traduce in una vera e propria voracità, viene interpretato come un segnale di benessere e si tende ad incentivarlo più che a limitarlo, con l’illusione che gli evidenti chili di troppo possano scomparire con lo sviluppo.  Il bambino cicciottello, poi, ispira più simpatia di un bimbo magro, che anzi, tende a preoccupare il genitore.

Per i Bambini delle scuole primarie (6-10 anni), si stima un 24% di bimbi in sovrappeso e un 12% obeso. Fra gli aspetti più critici rilevati vale la pena citare che l’11% dei bambini non fa la prima colazione e il 28% la fa in maniera non adeguata, l’82% fa una merenda a scuola qualitativamente non corretta, il 23% dei genitori dichiara che i propri figli non consumano giornalmente frutta e verdura (solo il 2% dei bambini ne mangia più di 4 porzioni al giorno), il 41% dei bambini beve ogni giorno bevande zuccherate (il 17% più di una volta al giorno), solo 1 bambino su 10 ha un livello di attività fisica raccomandato per la sua età, mentre 1 su 2 trascorre più di due ore al giorno davanti al televisore o a videogiochi e ha un televisore in camera. Infine, circa 4 mamme su 10 di bambini con sovrappeso/obesità non ritiene che il proprio figlio abbia un peso eccessivo.

Molte le azioni concrete contro l’obesità infantile, prime tra tutte quelle del Ministero della Salute e quella della Fondazione Italiana per la Lotta all’Obesità Infantile (obesitainfantile.org), onlus voluta da un autorevole gruppo di esperti e patrocinata dal Senato della Repubblica,  che nasce con l’intento di portare avanti un percorso rieducativo, alimentare e comportamentale dei bambini e delle loro famiglie che possa arrestare il trend positivo (+ 2% annuo) dell’incidenza del sovrappeso e dell’obesità’ infantile nel nostro paese e nel mondo, che oggi interessa il 43% dei bambini

L’obesità produce i suoi effetti negativi a livello di autostima e sull’immagine che i bambini hanno di loro stessi, inducendoli spesso a quei comportamenti che sono tipici di questa patologia: passare molte ore davanti alla tv, non voler partecipare ad attività con i coetanei, scarso impegno scolastico, modificazione del carattere, con conseguente emarginazione per diversità.

La Fondazione ritiene che affrontare il problema attraverso la semplice imposizione di una dieta alimentare si e’dimostrata una scelta inefficace e controproducente e quindi mette in campo una serie di iniziative pratiche come quella di avere degli ambulatori gratuiti su tutto il territorio nazionale.

DALL’EUROPA UNA SANA ALIMENTAZIONE 

La qualità dei generi alimentari è una delle più grandi preoccupazioni per i consumatori, il libero mercato porta sugli scaffali dei supermercati o sulle tavole dei ristoranti prodotti che arrivano da tutto il mondo, ma è importante sapere che quello che stiamo comperando o mangiando sia sicuro, nutriente e che sia prodotto nel rispetto della normativa igienico-sanitaria.

A tal proposito il ruolo che l’Unione europea (UE) svolge, nel cercare di garantire la sicurezza e la qualità nell’alimentazione al livello più alto possibile, è determinante. Negli ultimi 40 anni l’UE ha messo a punto una normativa completa con la definizione di standard e di prassi di sorveglianza a garanzia dei consumatori. 

La Direzione generale Istruzione e cultura dell’UE ha prodotto diverso materiale informativo per rendere i consumatori edotti e consapevoli; Un’alimentazione sana per i cittadini europei – L’Unione europea e la qualità dei generi alimentari, è un opuscolo che illustra in modo chiaro quali compiti svolge l’Unione in ciascuna fase del processo produttivo a garanzia del consumatore finale (Lussemburgo: Ufficio delle pubblicazioni ufficiali delle Comunità europee – ISBN 92-828-8240-3).

Il primo posto in cui si è data da fare per garantire la qualità dei cibi è ovviamente mente l’azienda agricola. Attraverso la politica agricola comune (PAC), l’Unione europea incoraggia la produzione di generi alimentari di grande qualità, in tutta la gamma di prodotti che vanno dalla carne e dagli articoli del settore lattiero-caseario ai cereali, alla frutta e alla verdura. Nell’ultimo decennio, la PAC è stata modificata per porre un maggiore accento sulle aspettative dei consumatori quanto alla qualità dei prodotti. Mantenendo l’attività agricola in tutte le regioni dell’Unione, la PAC garantisce una più ampia gamma di prodotti alimentari e di tipi di agricoltura rispetto a quanto avviene in altre parti del mondo, dove i fattori strettamente economici hanno un’influenza più forte sul piano decisionale. 

Gli agricoltori ricevono anche incentivi extra per migliorare la qualità della loro produzione attraverso la politica di sviluppo rurale dell’Unione europea, che è intesa a migliorare la competitività dell’agricoltura e a promuovere le opportunità di impiego per la popolazione rurale. I programmi di sviluppo rurale offrono un sostegno economico speciale per aiutare gli agricoltori a migliorare la qualità della loro produzione e per coadiuvarne gli sforzi di commercializzazione, in modo da ottenere, da parte dei consumatori, un prezzo migliore per i prodotti. Sono anche disponibili fondi per lo sviluppo di mercati di prodotti di «nicchia», in particolare per i prodotti che hanno caratteristiche regionali speciali e che sono molto apprezzati dai consumatori. L’UE può offrire un ulteriore aiuto con i programmi di etichettatura, che danno ai consumatori una garanzia del modo e del luogo in cui sono stati elaborati i prodotti alimentari.

Il DDL Dieta Mediterranea

L’Unesco ha riconosciuto la Dieta Mediterranea, quale patrimonio culturale immateriale dell’umanità e per questo avvenimento e per una sua migliore promozione potrebbe nascere un marchio ad hoc, di proprietà esclusiva del ministero delle Politiche agricole. Sono questi alcuni contenuti del disegno di legge di cui è primo firmatario il senatore Alfonso Andria, insieme a un nutrito gruppo di colleghi, mirato alla valorizzazione e promozione della dieta mediterranea.

La dieta mediterranea è un modello alimentare unanimemente riconosciuto da tutta la comunità scientifica, sia per la correttezza nutrizionale che per il ruolo nella prevenzione delle malattie cronico-degenerative. La dieta mediterranea permette inoltre, di coniugare gusto e salute grazie soprattutto alla ricchezza di prodotti vegetali che la contraddistingue; questi elementi garantiscono colore, sapori e profumi alle nostre tavole nel rispetto delle tradizioni culturali.

L’iniziativa di legge è stata presentata al ministero delle Politiche agricole “a cui lo stesso ddl assegna un ruolo motore”, come osserva Andria, per la promozione della dieta mediterranea. Il provvedimento prevede anche l’istituzione di un Comitato per la tutela e la valorizzazione della dieta mediterranea presieduto dal ministro delle Politiche agricole e composto tra gli altri da esperti del ministero della Salute, Affari esteri, Istruzione, Beni culturali e Ambiente, tutti aspetti che rientrano nelle pratiche e tradizioni riguardanti la dieta mediterranea come segnala il riconoscimento Unesco che riguarda finora Italia, Spagna, Marocco e Grecia ma in cui chiedono di rientrare anche Croazia, Cipro e Portogallo.

Il provvedimento mira anche alla diffusione della dieta mediterranea nelle mense scolastiche, prevedendo in fase di bando di gara una riserva di punteggio per le offerte di servizi e forniture rispendenti a questo sano modello nutrizionale. A gennaio del prossimo anno il ministero delle Politiche agricole dovrà trasmettere all’Unesco una relazione sull’attività posta in essere per valorizzare il riconoscimento, arginando i rischi della ‘commercializzazione’. Questo ddl, spiega Andria, “va appunto in questa direzione”.

Fast food: la promessa non mantenuta

Secondo quanto sostenuto da Katherine Bauer, del dipartimento di salute pubblica alla Temple University di Philadelphia, e riportato da Slow food nel proprio sito (www.slowfood.it) la svolta salutista non ci sarebbe mai stata. Infatti, nei fast food i miglioramenti sono solo apparenti, la realtà è sempre la stessa: troppe calorie e zuccheri. Il numero di pietanze offerte è raddoppiato, quello dei piatti più sani è cresciuto, l’attenzione di media e legislatori, è sempre alta, eppure nelle grandi catene di fast food americani negli ultimi 14 anni non è cambiato quasi nulla, dal punto di vista delle calorie. Anzi, insieme a cibi leggermente meno dannosi sono arrivate nuove bevande zuccherate e dolci, a riprova del fatto che i cambiamenti sono stati per lo più di facciata.

Katrine Bauer ha effettuato un’analisi sistematica dell’offerta di otto grandi marchi: McDonald’s, Burger King, Wendy’s, Taco Bell, KFC, Arby’s, Jack in the Box, Dairy Queen, i cui dati sono presenti nel database dalla University of Minnesota Nutrition Coordinating Centre’s Food and Nutrient fino dal 1997. La ricercatrice ha così verificato che il numero delle proposte è passato da 679 a 1.036 piatti diversi. Sono cresciute molto le insalate da 11 a 51, ma anche i tè freddi, assenti nel 1997 e oggi presenti in 35 varianti.

Le calorie sono leggermente diminuite nei contorni, scese probabilmente a causa di modeste riduzioni della quantità per esempio di patatine fritte, o delle dimensioni della porzione media, ma nonostante l’introduzione di insalate e carni grigliate anzichè fritte, il bilancio finale non evidenzia miglioramenti. “Si può anche ordinare un antipasto leggero, per esempio un’insalata – spiega la Bauer sull’American Journal of Preventive Medicine – ma se questa è condita con salse piene di grassi e zuccheri e magari mischiata a carne fritta, seguita da patatine fritte e bibita zuccherata il risultato finale è comunque pessimo».

La necessità di migliorare l’offerta dei fast food è stata messa in rilievo in numerosi studi e ribadita da un recente sondaggio secondo cui l’80% degli intervistati aveva mangiato in uno di questi ristorantialmeno una volta e il 28% dichiarava di mangiare in un fast-food da una a due volte a settimana. Inoltre, i provvedimenti sembrano ancora più urgenti se si pensa che secondo diverse stime nei giorni feriali circa il 40% dei ragazzi americani si rivolge a questo tipo di locale per un pasto. “Non vogliamo assolutamente concludere che bisogna evitare il fast-food, sottolinea la ricercatrice, conscia del fatto che posizioni troppo rigide non sono utili ma, rischiano solo di innescare una reazione di indifferenza. Piuttosto, vorremmo consigliare a tutti di pensare a ciò che stanno ordinando, a come il piatto è stato preparato e condito, al conteggio totale delle calorie del pasto e a scegliere dopo aver riflettuto. In questo senso, aiuterebbe molto se tutti i fast-food riportassero il conteggio calorico, come ha iniziato a fare McDonald’s. In assenza di un radicale cambiamento nell’offerta dei fast-food – conclude Katherine Bauer – possiamo cercare di intervenire sui clienti, facendo loro capire quante calorie in eccesso sono abituati ad assumere e quanto possa essere tutto sommato semplice ridurle”.