La promessa non mantenuta dai fast food

Secondo quanto sostenuto da Katherine Bauer, del dipartimento di salute pubblica alla Temple University di Philadelphia, la svolta salutista non ci sarebbe mai stata. Infatti, nei fast food i miglioramenti sono solo apparenti, la realtà è sempre la stessa: troppe calorie e zuccheri. Il numero di pietanze offerte è raddoppiato, quello dei piatti più sani è cresciuto, l’attenzione di media e legislatori, è sempre alta, eppure nelle grandi catene di fast food americani negli ultimi 14 anni non è cambiato quasi nulla, dal punto di vista delle calorie. Anzi, insieme a cibi leggermente meno dannosi sono arrivate nuove bevande zuccherate e dolci, a riprova del fatto che i cambiamenti sono stati per lo più di facciata.

Katrine Bauer ha effettuato un’analisi sistematica dell’offerta di otto grandi marchi: McDonald’s, Burger King, Wendy’s, Taco Bell, KFC, Arby’s, Jack in the Box, Dairy Queen, i cui dati sono presenti nel database dalla University of Minnesota Nutrition Coordinating Centre’s Food and Nutrient fino dal 1997. La ricercatrice ha così verificato che il numero delle proposte è passato da 679 a 1.036 piatti diversi. Sono cresciute molto le insalate da 11 a 51, ma anche i tè freddi, assenti nel 1997 e oggi presenti in 35 varianti.

Le calorie sono leggermente diminuite nei contorni, scese probabilmente a causa di modeste riduzioni della quantità per esempio di patatine fritte, o delle dimensioni della porzione media, ma nonostante l’introduzione di insalate e carni grigliate anzichè fritte, il bilancio finale non evidenzia miglioramenti. “Si può anche ordinare un antipasto leggero, per esempio un’insalata – spiega la Bauer sull’American Journal of Preventive Medicine – ma se questa è condita con salse piene di grassi e zuccheri e magari mischiata a carne fritta, seguita da patatine fritte e bibita zuccherata il risultato finale è comunque pessimo».

La necessità di migliorare l’offerta dei fast food è stata messa in rilievo in numerosi studi e ribadita da un recente sondaggio secondo cui l’80% degli intervistati aveva mangiato in uno di questi ristorantialmeno una volta e il 28% dichiarava di mangiare in un fast-food da una a due volte a settimana. Inoltre, i provvedimenti sembrano ancora più urgenti se si pensa che secondo diverse stime nei giorni feriali circa il 40% dei ragazzi americani si rivolge a questo tipo di locale per un pasto. “Non vogliamo assolutamente concludere che bisogna evitare il fast-food, sottolinea la ricercatrice, conscia del fatto che posizioni troppo rigide non sono utili ma, rischiano solo di innescare una reazione di indifferenza. Piuttosto, vorremmo consigliare a tutti di pensare a ciò che stanno ordinando, a come il piatto è stato preparato e condito, al conteggio totale delle calorie del pasto e a scegliere dopo aver riflettuto. In questo senso, aiuterebbe molto se tutti i fast-food riportassero il conteggio calorico, come ha iniziato a fare McDonald’s. In assenza di un radicale cambiamento nell’offerta dei fast-food – conclude Katherine Bauer – possiamo cercare di intervenire sui clienti, facendo loro capire quante calorie in eccesso sono abituati ad assumere e quanto possa essere tutto sommato semplice ridurle”.